L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello

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L’UOMO CHE SCAMBIÒ SUA MOGLIE PER UN CAPPELLO, di Oliver Sacks, Adelphi Edizioni

Oliver Sacks è un famoso neurologo inglese, scomparso lo scorso agosto, che ha dedicato la sua intera vita allo studio della mente, alla modalità con cui il cervello si rapporta con la percezione, la memoria e l’individualità.

Avevo sentito parlare di lui a febbraio, quando aveva annunciato pubblicamente che gli restavano pochi mesi di vita. Mi aveva colpito il racconto della sua vita, piena di entusiasmo per ciò che aveva fatto e per le persone che aveva incontrato, e il suo desiderio di vivere i mesi che gli restavano nel miglior modo possibile, in pienezza. Ho cominciato così a documentarmi su di lui e i suoi lavori, e poco tempo fa, in una libreria di Torino, il suo libro “L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello” mi ha letteralmente “chiamata”.

Il libro è una raccolta di brevi storie, che riguardano alcuni dei pazienti che l’autore ha avuto in cura. In ciascun capitolo egli descrive la malattia, il modo con cui si è manifestata ed ha compromesso la vita dei pazienti, le situazioni drammatiche e a volte comiche che essi si sono trovati ad affrontare.

Agnosia, alessia, aprassia, sindrome di Tourette, sindrome di Korsakov, letargia parkinsoniana, ritardo mentale: sono queste le parole che ricorrono maggiormente e i temi attorno ai quali ruotano i diversi racconti. Malattie neurologiche che, pur con un linguaggio divulgativo e scorrevole, sono descritte con rigore scientifico.

Eppure questo non è un libro sulle malattie. È un libro di storie di vita, che racconta la vita: un capitolo descrive il dottor P., che non riconosceva le facce delle persone e un giorno ha scambiato la moglie per un cappello, un altro parla di Ray, che soffriva della sindrome di Tourette e aveva mille tic, un altro ancora della signora O’C un po’ sorda, che sentiva una musica nella sua testa per effetto della reminiscenza. Un capitolo, una storia. Tutte storie che riguardano persone che, pur vivendo una condizione neurologica incurabile, sono riuscite a vivere al pieno delle proprie capacità fino alla fine della loro vita, alcune anche nella propria famiglia, non necessariamente in una clinica. Persone che sono riuscite ad adattarsi alla situazione in cui si trovavano, esplorando e sfruttando al massimo modalità alternative per compensare le proprie mancanze, o “eccedenze”, a volte in maniera inconsapevole, altre con grande presenza e volontà.

È un libro scritto quasi trent’anni fa che io trovo ancora molto attuale, soprattutto per l’attenzione che Sacks presta, come medico e come uomo, all’aspetto umano e olistico della persona.

Il suo focus nei racconti, così come nella sua esperienza di neurologo, non è solo sulla malattia neurologica ed i suoi effetti, ma anche e soprattutto sulle capacità dei suoi pazienti, i quali, attraverso il rafforzamento e lo sviluppo di “ciò che funziona”, sono stati in grado di “cogliere la realtà”, anche con deficit importanti.

Dalla lettura traspare la capacità dell’autore di vedere il paziente nella sua interezza, una persona “completa e intatta come essere ‘narrativo’”. Oliver Sacks si chiede quale possa essere il mondo interiore di ciascun paziente e cerca di scoprirlo e valorizzarlo, affinché esso possa essere espresso in diversi modi, e quindi conosciuto e accolto dall’esterno. Per esempio, Rebecca, una ragazza con un grave ritardo mentale, è riuscita a vivere ed esprimere la propria armonia interiore solo attraverso il teatro, perché “la capacità di recitare, di essere, la si direbbe ‘innata’ nella vita umana, e del tutto indipendente dalle differenze intellettuali”.

Il libro offre spunti di riflessione sul significato di malattia e benessere, di come, talvolta, la malattia stessa possa trasformarsi in benessere e viceversa, in quegli stranissimi e a volte drammaticamente buffi casi in cui proprio la disfunzione neurologica trasforma la vita della persona, dandole o restituendole un’energia ed una vivacità tali da dare un senso profondo e diverso alla vita stessa.

Oliver Sacks affronta temi legati al significato d’identità, all’esistenza dell’anima. Racconta del miracolo della vita e di come il “potere della sopravvivenza, della volontà di sopravvivere, e di sopravvivere come individuo unico e inalienabile, è il più forte in assoluto del nostro essere: più forte di qualsiasi impulso, più forte della malattia. Ed è la salute […] che ne esce quasi sempre vittoriosa.”

Dal libro traspare inoltre chiaramente quanto l’autore abbia supportato e facilitato i suoi pazienti, per quanto possibile, a riappropriarsi di una parte di vita che sembrava perduta, a vivere comunque al meglio date le circostanze. Mi ha colpito molto il modo in cui ha descritto i suoi pazienti e le loro storie, l’attenzione e l’empatia che ha mostrato verso di loro, il grande affetto. Forse è proprio questo ciò che mi ha conquistata più di tutto di questo libro e che mi ha permesso di sorridere, di provare un senso di malinconia e gioia allo stesso tempo: mi ha ricordato che siamo fragili, e che anche in presenza di questa fragilità, a qualunque livello essa si manifesti, nel corpo e nella mente, abbiamo e manteniamo un mondo interiore ricco e profondo, che vale la pena riconoscere e vivere, sia che appartenga a noi, sia che appartenga a chi ci circonda.

Lo consiglio perché: Pur in assenza di malattie neurologiche così gravi e limitanti, spesso ci attribuiamo delle mancanze, sentiamo di non essere “abbastanza”, di non essere capaci, viviamo di eccessi. Questo libro è un invito a esplorare la nostra vita interiore, le nostre potenzialità, a prenderne consapevolezza, affinché diventino lo strumento per vivere con maggiore pienezza, così come siamo, e anche così, come non siamo.

Ho scelto questa foto perché: L’autunno, pur trasmettendo malinconia, ha una sua bellezza intrinseca e porta con sé colore e calore.

Questa recensione appare anche sul blog ArkaniSegnali.

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